Cerved ON_ a IAB FORUM 2019

Si è appena conclusa la bella esperienza allo IAB FORUM, il principale evento in Italia nel digital marketing, che quest’anno aveva come tema “Shaping the Revolution”: noi di Cerved ON_ non potevamo certo mancare.

Nei due giorni di kermesse abbiamo avuto molte visite allo stand e registrato due sold out ai nostri workshop: “SEO Internazionale per il travel con Costa Crociere” tenuto da Pasquale Gangemi, Head of Operation di Pro Web Consulting (insieme al cliente Costa Crociere) e “Voice of the customer B2B: la voce del cliente, dai dati all’azione” tenuto da Manuela Bravo e Fabio Marotta.

La crescita YoY di Costa Crociere

Il cliente Costa Crociere è intervenuto al workshop di Pro Web Consulting, felice della collaborazione pluriennale per l’ottimizzazione della visibilità online del proprio e-commerce, tramite cui vengono veicolati ogni giorno gli acquisti del 50% del mercato crocieristico.

Si è parlato del perché sia così essenziale lavorare su una buona strategia SEO: traffico di qualità, maggiori opportunità di convertire i prospect in clienti, più consapevolezza del marchio e della fiducia dei prossimi clienti.

Grazie a Pro Web Consulting la crescita YoY, in tutte le country (Italia, Germania, Francia e Spagna) in cui la strategia è stata implementata, è stata positiva e incrementale mese su mese. In Italia, il traffico organico è passato dal -13% registrato nel trimestre settembre-novembre 2018 al + 64% nello stesso trimestre del 2019. Nelle altre country, l’incremento è stato ancora più palpabile: in Germania, si è passati dal -49% al +93%, sempre nel trimestre settembre-novembre.

Le performance di una azienda e la soddisfazione del cliente

Nel workshop Voice of the customer invece, è stata approfondita la correlazione tra esperienza di acquisto e soddisfazione del cliente. Manuela Bravo, Head of Marketing Services e Fabio Marotta, Research, CX and Analytics Manager, hanno raccontato come un brand, conoscendo bene il proprio cliente, possa (e debba) agire in modo proattivo, utilizzando la leva della customer experience come driver di crescita.

Cercando di controllare il journey con esperti, per ottenere miglioramenti concreti!

Complimenti a tutto il team e #alwaysON_!

CX Transformation, Design Thinking e Agile all’Engage Conference

Con oltre 35 interventi in agenda, l’ultima edizione dell’evento Engage Conference, tenutosi allo IULM mercoledì 9 ottobre 2019,  è stata un’occasione per fare il punto su come sta cambiando il mondo della comunicazione e del marketing digitale e sul modo in cui brand e agenzie stanno affrontando l’innovazione.

Con il suo speech, Giuseppe Ripa, Head of UX & Service Design, ha raccontato l’esperienza di Cerved ON_ nell’accompagnare le aziende nella progettazione di strategie di trasformazione e CX Transformation che mettano al centro il cliente e le sue esigenze.  Un percorso non privo di ostacoli, che richiede alle aziende un cambiamento di mindset, che passa anche dall’adozione di nuove metodologie, in un mix che sappia prendere il meglio da ognuna.

Dal prodotto all’esperienza: perché oggi Customer Experience e Customer Journey sono indispensabili

Come siamo abituati a fare in Cerved, siamo partiti da un dato: secondo l’ultimo report di Salesforce, per l’84% dei consumatori l’esperienza è importante tanto quanto i prodotti e i servizi offerti.
Questo significa che per qualsiasi azienda che voglia crescere, mettere al centro il miglioramento dell’esperienza del cliente non è più un’opzione.

Le aziende più virtuose in questo senso stanno già promuovendo percorsi di trasformazione, a partire da attività di ricerca quantitativa e qualitativa, raccolta di dati e allo studio della Customer Journey, ovvero l’analisi e la mappatura di tutti i momenti in cui il cliente interagisce con i nostri prodotti e servizi.

La CX Transformation di successo passa dalla Employee Experience Transformation

Queste attività spesso però si rivelano insufficienti: il rischio è quello di trascurare quanto l’efficacia della soluzione e soprattutto il successo nell’implementarla (e di farlo velocemente, in un mondo che cambia così rapidamente) richieda qualcosa in più che il solo utilizzo di strumenti di progettazione analisi.

I nemici della CX Transformation si nascondono molto spesso all’interno dell’azienda stessa, e si incontrano quando si aprono tavoli multidisciplinari, che coinvolgono più reparti dell’azienda e figure che non sono abituate a collaborare quotidianamente. Trovare un linguaggio comune, “liberare” i dati, condividere obiettivi e un metodo di perseguirli è il vero fattore abilitante al successo di un percorso di CX Transformation.

Per questo l’organizzazione deve sapersi trasformare mettendo al centro l’Employee Experience, stimolando il benessere, la creatività, l’esperienza dei singoli e valorizzando i talenti interni e l’intelligenza collettiva che nasce da un vero lavoro di squadra.

 

Design Thinking e Agile per la CX Transformation

Design Thinking e Agile sono due metodi consolidati che aiutano le organizzazioni a generare innovazione, trovare soluzioni a problemi e a rilasciarle sul mercato in modo rapido ed efficace. Il tutto mettendo al centro le persone, membri del team e clienti.

Design Thinking

Il Design Thinking è un metodo di progettazione che si basa su un approccio olistico, ponendo al centro i bisogni delle persone e considerandoli nel contesto delle opportunità tecnologiche e dei requisiti di business.

Questo approccio alla co-creazione, si fonda su appuntamenti di workshop organizzati con tempi, spazi e attività ad hoc, in cui team multidisciplinari partecipano alla realizzazioni di output visivi (mappe, diagrammi, journey) che aiutano i team a trovare un linguaggio comune e a mantenere coesione nella visione progettuale durante tutte le fasi del progetto.

Agile

Un altro aspetto fondamentale, quando si tratta di organizzare progetti di medio/lungo termine con team multidisciplinari, è quello dell’organizzazione e della pianificazione.

Qui entra in gioco il metodo Agile, che grazie a un processo organizzato e codificato di pianificazione, sviluppo e rilascio, riesce a garantire continuità e efficienza.

Sarebbe sbagliato considerare il metodo Agile solo come una questione di pratiche.
Responsabilità collettiva, cambiamento come opportunità, rilascio progressivo di valore e miglioramento continuo: sono questi i principi alla base dell’efficacia di questa metodologia e che è importante condividere e fare proprio all’inizio di ogni progetto.
Per questo come Cerved ON_ abbiamo sperimentato l’efficacia di percorsi di coaching Agile che portino in azienda il metodo trasferendone i valori e non solo le pratiche.

La CX Transformation è un cambiamento di mindset e metodologie

Abbiamo visto come per progettare con successo l’esperienza che vogliamo che viva il nostro cliente, bisogna partire dal cambiare l’esperienza interna all’azienda, affrontando un cambiamento metodologico e culturale complesso, che per essere efficace deve attingere da diverse discipline. Approcci che hanno differenti propri punti di forza, e che non bisogna avere paura di contaminare: al contrario, bisogna saper trovare la chiave per poterli utilizzare in sinergia.

La CX Transforation è un viaggio complesso, da cui si torna cambiati dall’interno… ma fortunatamente è un viaggio da cui non si torna mai davvero indietro.

#CervedON_Lab: il cliente al centro

La voce del cliente: dai dati all’azione

Poche ore per pensare, tra speech e confronti, ad un modo nuovo di fare marketing, con il cliente al centro: raccogliere i dati cruciali relativi alla sua experience, individuare i moments of truth della relazione e le loro correlazioni, e agire in modo proattivo sull’esperienza del cliente
Avere un cliente soddisfatto è fondamentale per fare business, ma saperlo ascoltare è necessario per fare marketing: costruire una strategia digital significa pensare non solo a cosa dare al cliente, ma anche a come fornirglielo, costruendo sugli insights raccolti le azioni di marketing. É stato questo il fulcro dello speech di Manuela Bravo e Fabio Marotta, rispettivamente Head of Marketing Solution e Research, CX and Analytics di Cerved ON_Marketing Services.

SEO e CRO: la combinazione ideale per ottenere il massimo dal tuo sito

Osservare e ascoltare il cliente (di oggi o di domani) è possibile soprattutto online: ascoltare gli utenti del proprio sito è il punto di partenza per costruire una corretta strategia CRO, come ha raccontato Alessandro Martin, Head of CRO di Pro Web ConsultingI motori di ricerca, ha spiegato Martin, sono sempre più raffinati e riescono a vedere le cose come gli utenti le vedono, interpretandone l’intento puntando su UX e qualità dei contenuti. Ecco allora che SEO e CRO non possono fare a meno l’una dell’altra per ottenere la massima efficacia da un sito web, sia esso un e-commerce o un portale editoriale

Il marketing conversazionale: le potenzialità del messaggio diretto

Essere vicini al cliente vuol dire avvicinare il brand ad esso, costruendo un’interazione one-to-one ed usando i principali canali come social media, blog, gruppi di interesse, newsletter, per raccogliere opinioni, idee, e suggerimenti. Il patrimonio di dati deterministici e comportamentali, unito al conversational marketing – e alle tecnologie chatbot in particolare –  sono in grado di generare lead qualificate, facilitare le vendite, e ottimizzare il customer care. É questa la ricetta di Angela Castiello Head of Operations di PayClick e Stefano Argiolas,CEO e co-fondatore di Hej! che ci hanno raccontato anche il caso di successo realizzato con Optima Italia.

Il business game: abbiamo messo in pratica “il cliente al centro”

Formazione, networking e anche un pizzico di divertimento a #Cerved ON_Lab che si è concluso con un business game per aiutare gli ospiti a riflettere sull’importanza di ascoltare il cliente e farsi guidare da esso in una strategia di successo a 360 gradi. La stessa che oggi Cerved ON_Marketing Services è in grado di offrire grazie alle diverse contaminazioni dei propri esperti.

Un approccio data-driven al marketing assicurativo B2B

Il mondo delle imprese è un’opportunità di oltre un milione di clienti e un’occasione imperdibile per le assicurazioni. Per quanto il target delle imprese italiane sia significativo, però, porta con sé una complicazione: è particolarmente diversificato in termini di performance e struttura.

La domanda per gli addetti al settore insurance è quindi: come cogliere quest’opportunità?
La risposta è composta da diversi tasselli, come quelli di un puzzle, che solo se opportunamente disposti restituiscono l’immagine del potenziale cliente a cui vogliamo rivolgerci.

Ma chi pretende una conoscenza approfondita, sa che da una domanda ne sorgono sempre di nuove, altrettanto rilevanti. Ad esempio: quali sono i target prioritari? Quali i product features? Quali prospect vogliamo raggiungere? Quali canali di informazione?

E un quesito ancora più urgente: come trovare tutte le risposte che servono?

Il cliente, la domanda, il contesto competitivo

L’approccio giusto per trovare le risposte che compongono il puzzle è: back to basics.

Non pensiamo subito al “quadro” generale, ma andiamo a considerare gli elementi basilari. Come, ad esempio, il contesto con cui ci stiamo confrontando. Il primo passo, allora, è un assessment del client portfolio, cui segue un’analisi dei gap di coverage territoriali e settoriali, degli atteggiamenti o comportamenti della domanda.
Grazie alla combinazione di tutte queste azioni, potremo ottenere un approfondimento più consapevole del contesto di riferimento.

Abbraccia una metodologia data-driven

Anche in questo caso, l’innovazione viene in nostro aiuto. Nei vari step metodologici che ci permettono di conoscere e ottenere insight sul contesto competitivo, infatti, abbiamo a disposizione una grande quantità di dati. Li troviamo disordinati, organizzati in silos, raccolti da fonti informative diverse. Disomogenei. La sfida è, quindi, connetterli e trovare il dato giusto.

La tecnologia ci aiuta anche nello step successivo: l’analisi. Dall’advance analysis, algoritmi, analisi semantica alla machine learnig e data visualization, fino agli insight sui quali insiste la saggezza umana. Il fattore interpretativo, che spesso dimentichiamo quando parliamo di tecnologie, è fondamentale in questa fase in quanto in grado di dare un valore aggiunto ai processi svolti fino ad ora.

Da qui, l’ultimo step: le azioni, che non saranno più basate sulle nostre opinioni, ma su dati e analisi.

Analisi in ambito assicurativo: tocca con mano i benefici del back to basics


In questo grafico, risultante da un’analisi sui settori, il quadrante in alto a destra rappresenta le opportunità, le bolle bianche i settori già presidiati, mentre quelle grigie i settori non presidiati.

Sull’asse x, da sinistra verso destra il rischio di business del settore diminuisce; sale invece dal basso verso l’alto sull’asse y la crescita attesa del settore stesso.

Che cosa possiamo dedurne?
– Esistono 3 settori A, B e C che risultano prioritari, ci aspettiamo una buona crescita e un rischio contenuto, in particolare il settore C al momento non è presidiato dal nostro cliente, di fatto un’opportunità ancora non colta;
– L’analisi sul contesto competitivo è stata integrata con un’altra sugli atteggiamenti e le preferenze della domanda. Fra i vari settori la percezione del rischio è differente; abbiamo scoperto che il settore C, che il nostro cliente ancora non presidia, ha una percezione del rischio legata ai danni indiretti particolarmente elevata, molto di più rispetto la sua attuale copertura.

Differenti atteggiamenti nei confronti delle assicurazioni

Abbiamo isolato quattro categorie di “atteggiamenti tipo” delle imprese nei confronti dei prodotti assicurativi, sulla base delle loro percezione del rischio:
– Esigenti e problematici, 42%
– Caldeggiatori, ma sospettosi, 37%
– Temerari, 12%
– Diffidenti, 9%

Possiamo aggiungere che le imprese del settore C sono tendenzialmente appartenenti fra i “caldeggiatori, ma sospettosi”. Questo apre a una serie di considerazioni in materia di approccio al cliente e customizzazione.
Per unire tutti i tasselli del puzzle, le domande del marketing, serve applicare un approccio data-driven che torni al basics dell’analisi del contesto di riferimento, solo così possiamo creare una strategia coerente.

Lead Generation e marketing conversazionale: di cosa parliamo?

Il mondo del marketing, o meglio web marketing, è sempre in movimento. E chi, di questo mondo, è appassionato, non può fare altro che restare al passo con le novità del settore. Ecco perché, oggi, vogliamo parlarti di un nuovo modo di fare lead generation, sfruttando canali diretti tramite la logica conversazionale. In questo articolo trovi tutte le informazioni che ti servono e se, alla fine, vorrai approfondire ulteriormente l’argomento, potrai farlo scaricando il nostro white paper [QUI], a cura degli esperti campaign manager di PayClick.

Ma facciamo un passo indietro: da dove nasce questa intuizione?

Siamo partiti da una semplice, quanto evidente, considerazione: l’uso dei dispositivi mobile ha superato nettamente il desktop, e il prossimo lancio del 5G non farà altro che enfatizzare questo fenomeno. Di conseguenza, le possibilità di marketing cresceranno esponenzialmente: ad oggi il Mobile Advertising supera già i 1,4 miliardi di euro (+28% rispetto al 2017).

Con questo cambiamento, e un’attenzione forte alle potenzialità del digital advertising, emerge l’esigenza di rivolgersi direttamente al consumatore, con messaggi non solo personalizzati ma anche personali: un’azione oggi possibile, perché grazie ai dati conosciamo davvero il nostro utente e possiamo intercettarlo nel momento giusto, proponendo soluzioni utili per la sua vita!

 

Marketing conversazionale, questo sconosciuto…

È un nuovo modello di marketing caratterizzato dal reale e immediato rapporto con il cliente all’interno di una comunicazione bidirezionale. La comunicazione di brand sta sempre più abbandonando le tradizionali logiche top-down puntando, invece, ad arrivare al consumatore nei momenti di reale esigenza.

Utile, vero?

È quello conversazionale, il next step nello scenario del marketing. Ciò è reso possibile dai progressi tecnologici: parliamo in particolare di chatbot e dell’evoluzione dello user behavior verso dinamiche sempre più mobile-first e always-on.

Da ciò possiamo dedurre che la vera rete non si fa più sui siti web, ma con i messaggi diretti. Proprio così. E questo ha delle conseguenze forti sul marketing: il messaging richiede alle aziende nuovi strumenti, per far sì che le proprie strategie rispondano a una logica di conversazione diretta con l’utente.

 

Marketing conversazionale: caratteristiche e vantaggi

Per avere una panoramica chiara, proviamo a riassumere i vantaggi del marketing conversazionale in 5 punti:

  1. Immediatezza e semplicità –Per l’utente, il marketing conversazionale migliora nettamente l’efficienza delle comunicazioni: il potenziale cliente viene intercettato in un momento di reale interesse, il percorso di vendita è più breve, e le conversioni in aumento!
  2. Personalizzazione e relazione reale – I canali di marketing tradizionali necessitano di studi del target basati su dati sociodemografici di tipo statistico. L’approccio conversazionale sfrutta invece dati di tipo deterministico, che portano a sviluppare messaggi personalizzati.
  3. L’esperienza – I Brand devono comprendere che non si vende più un prodotto o un servizio, ma si offre un’esperienza. Il vero valore aggiunto è la capacità di rispondere all’utente sempre, non solo quando stiamo cercando di proporgli qualcosa.
  4. Data-driven strategy – Un vantaggio del marketing incentrato su chatbot e messaggi diretti è la mole di dati a disposizione. È questo il valore aggiunto principale delle nostre strategie: raccogliere, analizzare e profilare questi dati significa possedere una miniera d’oro, in cui è possibile trovare tutte le informazioni relative all’utente in un unico posto.
  5. Misurabilità – Per i canali digital l’enorme vantaggio è l’estrema possibilità di misurazione. Monitorando le metriche del marketing conversazionale, puoi valutare meglio l’efficacia del tuo chatbot e identificare opportunità di miglioramento.

 

Le leve del conversational marketing: i nuovi canali

Ogni innovazione è resa possibile grazie alla diffusione di nuove app, e nuovi canali. Vediamo quali sono quelli per il conversational marketing:

  • Chatbot. Ciò che offre questa tecnologia è preziosissimo: risposte rapide e istantanee a quesiti contingenti. L’automazione consente alle aziende di essere costantemente disponibili sul mercato, senza spendere ingenti quantità di denaro per operatori fisici, call center etc;
  • App di messaggistica. Secondo un’indagine di BI Intelligence, l’uso delle app di messaggistica, (WhatsApp, Facebook Messenger…) ha distaccato di molto quello delle app social. Il messaging è utile e interattivo, mentre lo scroll dei feed social resta puro intrattenimento: ci avevi mai pensato?
  • Sms marketing. L’SMS gioca un ruolo interessante fra le strategie di mobile marketing: vanta infatti una percentuale di lettura altissima e, considerato un sistema ibrido tra online e offline, risulta più affidabile rispetto ai social media;
  • Notifiche push. Sono i messaggi istantanei recapitati tramite rete e connessione ad Internet, che vengono appunto “spinti” all’utente, senza alcuna azione di “pull” da parte sua. Per le aziende risultano efficaci per proporre un annuncio, un’offerta o semplicemente un saluto attraverso il quale alimentare il rapporto con i clienti;
  • Telegram. Offre ad esperti e aziende la possibilità di dialogare direttamente con i follower in un ambiente totalmente privato. Vanta già cifre considerevoli: oltre 100 milioni di utenti attivi worldwide e 12 miliardi di messaggi ogni giorno. Da tenere d’occhio!
  • Social media adv, Instagram. La natura stessa del social, basata sulla condivisione di immagini, sembra capace di fidelizzare maggiormente gli utenti rispetto ai rivali. Instagram ha ottenuto una nicchia di utenti proponendo un format a metà fra il social network ed il motore di ricerca visiva. L’intento è diverso dagli altri social: si propone una connessione fra utente e idee, ispirazioni che si trasformano poi in esperienze d’acquisto;
  • Intent dem. È una nuova modalità di retargeting unica nel mercato italiano in grado di coniugare i vantaggi del behavioral retargeting agli alti tassi di conversione del canale DEM.

Il marketing conversazionale ci promette uno scenario di nuove opportunità da cogliere.

Prima di alzare il sipario però, è utile approfondire quanto più possibile l’argomento: per questo, ricordati di approfittare del nostro white paper, preparato apposta per te!

Buona continuazione!

 

Framework per un Marketing migliore: benvenuto in Cerved ON_

Il marketing funnel è morto, l’intento all’acquisto imprevedibile

Hai presente il marketing funnel e tutto quello che ti hanno insegnato anni fa in università? Ecco, dimenticalo.

Il concetto di funnel tradizionale è superato: sei davvero convinto che i tuoi potenziali clienti finiscano dentro a un gigantesco imbuto, seguendo un percorso lineare?

Benvenuto nel mondo reale: le persone non seguono un percorso lineare.

L’intento all’acquisto è al contempo razionale, fisico ed emozionale: si tratta di un journey articolato e imprevedibile. L’utente oltrepassa la soglia d’attenzione e arriva alla soglia d’acquisto nel corso del tempo, ma non attraverso stadi predeterminati, come il funnel tradizionale vorrebbe farci credere.

Al contrario: l’acquisto è frutto di un impulso, è un micro-momento, quasi un’epifania. Improvvisamente, il nostro potenziale cliente è pronto alla conversione, proprio in quell’istante, magari da mobile, magari dopo che aveva parcheggiato e abbandonato quel carrello per settimane, magari solo perché una parola, un profumo, una canzone o un programma in TV gli hanno fatto venire in mente che “ah sì, giusto, mi serve proprio quel prodotto”.

Quindi? Come fai a intercettarlo? A convincerlo a venire da te, quando arriva proprio a quell’esigenza?

L’intento all’acquisto è al contempo razionale, fisico ed emozionale: si tratta di un journey articolato e imprevedibile.

Si scrive user journey, si legge customer experience

L’esperienza è il prodotto che vendiamo.

E qual è il mondo migliore per far vivere al cliente un’esperienza perfetta?
Offrirgli un servizio impeccabile, stupirlo con un risultato oltre le sue aspettative. L’effetto “wow” è sempre il miglior biglietto da visita.

Ma fai attenzione: è impossibile soddisfare i propri clienti senza conoscerli davvero. Ed è qui che entra in gioco un’accurata raccolta di big data, che devono poi essere correttamente interpretati. Solo così potrai profilare e comprendere le esigenze del tuo potenziale cliente.

Solo così potrai arrivare quasi a prevedere la sua soglia di acquisto.

Sono sufficienti il machine learning e la sempre maggior automazione? Ni.

Servono i big data, serve il supporto di una AI imprescindibile, ma serve anche il volto umano dei big data. Le competenze di professionisti che sanno come consigliarti la strategia giusta.

E puoi star certo che, se non lo faremmo per noi, non lo consiglieremmo nemmeno a te.

Dati, tecnologie e persone per migliorare le tue performance: 1% better every day

È questo che Cerved ON_ vuole fare: aiutarti a crescere più velocemente, prendendoti per mano lungo tutto il tuo percorso, mostrandoti cosa conta davvero.

I dati e la capacità di analizzarli, le tecnologie migliori e le piattaforme giuste, le persone e il loro know-how verticale sui diversi settori. E ancora, la volontà di offrirti risultati tangibili e misurabili, per ottimizzare la strategia, in un vero circolo virtuoso.

Se vuoi approfondire i nostri servizi – B2B Marketing, Performance, Marketing Analysis e CX Transformation – consulta il nostro sito  e poi chiamaci, parliamone, soprattutto se pensi di avere in testa obiettivi troppo ambiziosi.

A noi piacciono le sfide.

Potrebbe essere l’inizio di un bel percorso di crescita: 1% better every day. Cercare un piccolo miglioramento ogni giorno, insieme.

CRO: l’arte di trasformare visitatori in clienti

La vita frenetica di tutti i giorni è fatta di piccoli tasselli di tempo, che dedichiamo ad un’infinità di micro-attività diverse. La nostra attenzione, insomma, è molto fluida. Catturarla è la sfida giornaliera di tutti gli addetti ai lavori.

Sai quanto impiega un utente a farsi un’impressione del tuo sito web? 50 millisecondi.

Una frazione di tempo brevissima per capire se vale la pena intraprendere il viaggio. Se convertire la visita in un vero e proprio “acquisto”.

È qui che entra in gioco la Conversion Rate Optimization – meglio conosciuta come CRO – una disciplina giovane ma che ha già impattato sulla presenza di veri colossi digital: Amazon e Booking ti suonano famigliari?

Bene, allora sei nel posto giusto. Perché oggi faremo una breve panoramica proprio su questa attività, capace di migliorare le tue performance in ottica di vendita.

 

Sai quanto impiega un utente a farsi un’impressione del tuo sito web? 50 millisecondi.
Una frazione di tempo brevissima per capire se vale la pena intraprendere il viaggio.

Interessante. Ma di cosa si tratta, in pratica?

La CRO è un’attività fluida e multidisciplinare che fa leva sull’approccio scientifico, analitico e sul testing. Suona bene, ma qual è davvero il suo obiettivo?

Incrementare i profitti generati direttamente dal tuo sito web o dalla tua app.

Come? Attraverso l’ascolto e l’osservazione dei comportamenti degli utenti, attività che permettono di capire dove intervenire per rendere il più efficace possibile il percorso di acquisto. Per trasformare il semplice visitatore in un vero cliente!

Tutto chiaro. Ma chi se ne occupa?

Come abbiamo anticipato, la CRO è un’attività multidisciplinare che coinvolge aspetti diversi, come SEO, copy, capacità analitiche e molto altro.

Trovare una figura che abbia tutte queste attitudini non è semplice: spesso le risorse interne non bastano. A volte hai bisogno di affidarti ad un team di esperti, professionisti capaci di rispondere a tutte le tue esigenze e affiancarti nel miglioramento delle tue performance.

 

Se hai un progetto ambizioso guarda cosa possiamo fare per te. Oppure scrivici!

Dati, AI e machine learning stanno cambiando il mondo (del marketing)

Non importa che tu sia un marketer o che utilizzi il web da “semplice” utente: la realtà è che siamo sommersi di dati.

Non stiamo parlando solo di quelli che troviamo in rete, semplicemente “navigando”. Ma anche dei dati che le macchine utilizzano per restituire risposte alle nostre domande, e di quelli che noi stessi lasciamo – più o meno consapevolmente – per ottenere qualcosa in cambio.

Che sia una risposta, un servizio o dell’intrattenimento. Quello che ci viene restituito è pur sempre un’esperienza.

Intelligenza umana e intelligenza artificiale: esclusive o complementari?

La mente umana sarà sempre superiore a quella robotica? Romanticamente, ci piace pensarlo. Ma il paradosso è che siamo noi a progettare macchine e algoritmi che potrebbero, in futuro, superarci.

Senza dubbio, le nostre possibilità di storage di dati sono superiori anche al più potente hard-disk casalingo. Per darvi un po’ di numeri, si parla di circa 100 Terabyte di connessioni neurali e spazio disponibile, un’unità di memoria notevole se paragonata a quelle dei nostri PC che arrivano nel migliore dei casi a 2 Terabyte.

Tuttavia, non di solo calcolo vive l’uomo: i dati ci insegnano sempre qualcosa ma sta a noi interpretarli. La capacità ermeneutica, infatti, è una prerogativa esclusiva dell’essere umano. Oppure qualcosa sta cambiando?

Di sicuro, il machine learning sta facendo passi da gigante ed è incredibile, oggi, pensare che un “cervello” cibernetico sappia fare non solo operazioni numeriche, ma anche comparazioni di dati e associazioni di concetti impossibili per la nostra mente.

Le macchine ci usano per imparare: un buon esempio è il CAPCTHA, strumento introdotto dal New York Times per far sì che il sistema di lettura e digitalizzazione del quotidiano riuscisse a riconoscere più termini possibili. Tramite il CAPTCHA, solo nel primo anno di uso sono state decifrate 440 milioni di parole che fino a quel momento erano rimaste oscure alla macchina, perché incapace di interpretarle. Il tutto, camuffato da sistema di sicurezza: tutti noi siamo incappati nella classica frase “dimostrami che non sei un robot, interpreta queste parole”!

Senza arrivare a scenari apocalittici in cui Skynet inizia ad asservire l’umanità – e presupponendo che l’AI sarà regolamentata a livello governativo – è bene pensare che intelligenza umana e artificiale siano complementari e possano compensare l’una le falle dell’altra.

Pensate meno ai big data e più a cosa lasciate di voi in Rete

Siamo sinceri: la nostra fiducia negli algoritmi è immensa, superiore a quella che riponiamo nelle capacità umane.

Quante volte, da utente, ti è capitato di digitare su Google domande – spesso quesiti imbarazzanti – che non ti saresti mai sognato di chiedere a nessuno?

Pensiamo che ciò che chiediamo al motore di ricerca resti in via esclusiva tra noi e lui, come in un confessionale. Siamo arrivati al punto in cui l’algoritmo dei social che usiamo quotidianamente ci conosce meglio dei nostri famigliari, dei nostri amici. È stato provato che, ad esempio, Facebook è in grado non solo di comprendere se qualcuno è fidanzato o single, ma anche di percepire molti giorni prima del cambio di status se un individuo ha iniziato una nuova relazione. Forse, prima anche dei nostri cari.

Come ci siamo trovati in questa situazione?

Perché nulla di ciò che “seminiamo” in giro per la Rete o nelle varie applicazioni resta anonimo o va cancellato.

Siamo costantemente tracciati.

Le nostre parole sulle chat non si perdono nell’etere, così come conversazioni pericolose e problemi di sicurezza vengono rilevati dalla Polizia Postale, che può intervenire tempestivamente nella vita reale. Persino i nostri spostamenti tramite Google Maps o altri sistemi di navigazioni restano in memoria, briciole di pane digitali che permettono di ripercorrere i nostri passi.

C’è un vecchio adagio del marketing che dice “Se è gratis, allora il prodotto sei tu”.

Vero, nella misura in cui utilizziamo servizi non a pagamento spesso senza comprendere che ciò che forniamo in cambio di quell’esperienza, è molto prezioso.

I nostri dati, appunto.

 

Come applicare questi concetti al marketing in modo efficace

Come possiamo utilizzare questa consapevolezza e la mole di big data che abbiamo a disposizione nei nostri silos aziendali per rendere più efficaci le nostre strategie di marketing?

Semplice: personalizzando l’esperienza dell’utente.

Avere i dati personali di qualcuno significa non solo conoscere l’età, il livello di studio e altri parametri sociodemografici standard. Andiamo oltre: significa sapere cosa ama, i suoi interessi, che sport pratica, quali Brand compra abitualmente, qual è il suo colore preferito, se è vegetariano o celiaco e molto altro.

Pensa alla quantità di selfie caricati su Instagram: lo studio facciale serve a comprendere molto di una persona – origini, difetti, colore dell’incarnato – che un Brand di beauty potrebbe usare per proporre un make-up ad hoc. La recente “10 years challenge” pare sia stata lanciata proprio per raccogliere dati a livello di fisionomia e cambiamento nel tempo.

Informazioni strutturate, dati deterministici, cioè puntuali, specifici di un soggetto, e non meramente statistici. Questo può essere utile per proporre prodotti personalizzati, per associare articoli alla personalità, per creare un’esperienza su misura per il tuo utente.

Perché non è il prodotto o il servizio ciò che, alla fine, conta davvero.

È l’experience che riesci a offrire al tuo potenziale cliente.