Framework per un Marketing migliore: benvenuto in Cerved ON_

Il marketing funnel è morto, l’intento all’acquisto imprevedibile

Hai presente il marketing funnel e tutto quello che ti hanno insegnato anni fa in università? Ecco, dimenticalo.

Il concetto di funnel tradizionale è superato: sei davvero convinto che i tuoi potenziali clienti finiscano dentro a un gigantesco imbuto, seguendo un percorso lineare?

Benvenuto nel mondo reale: le persone non seguono un percorso lineare.

L’intento all’acquisto è al contempo razionale, fisico ed emozionale: si tratta di un journey articolato e imprevedibile. L’utente oltrepassa la soglia d’attenzione e arriva alla soglia d’acquisto nel corso del tempo, ma non attraverso stadi predeterminati, come il funnel tradizionale vorrebbe farci credere.

Al contrario: l’acquisto è frutto di un impulso, è un micro-momento, quasi un’epifania. Improvvisamente, il nostro potenziale cliente è pronto alla conversione, proprio in quell’istante, magari da mobile, magari dopo che aveva parcheggiato e abbandonato quel carrello per settimane, magari solo perché una parola, un profumo, una canzone o un programma in TV gli hanno fatto venire in mente che “ah sì, giusto, mi serve proprio quel prodotto”.

Quindi? Come fai a intercettarlo? A convincerlo a venire da te, quando arriva proprio a quell’esigenza?

L’intento all’acquisto è al contempo razionale, fisico ed emozionale: si tratta di un journey articolato e imprevedibile.

Si scrive user journey, si legge customer experience

L’esperienza è il prodotto che vendiamo.

E qual è il mondo migliore per far vivere al cliente un’esperienza perfetta?
Offrirgli un servizio impeccabile, stupirlo con un risultato oltre le sue aspettative. L’effetto “wow” è sempre il miglior biglietto da visita.

Ma fai attenzione: è impossibile soddisfare i propri clienti senza conoscerli davvero. Ed è qui che entra in gioco un’accurata raccolta di big data, che devono poi essere correttamente interpretati. Solo così potrai profilare e comprendere le esigenze del tuo potenziale cliente.

Solo così potrai arrivare quasi a prevedere la sua soglia di acquisto.

Sono sufficienti il machine learning e la sempre maggior automazione? Ni.

Servono i big data, serve il supporto di una AI imprescindibile, ma serve anche il volto umano dei big data. Le competenze di professionisti che sanno come consigliarti la strategia giusta.

E puoi star certo che, se non lo faremmo per noi, non lo consiglieremmo nemmeno a te.

Dati, tecnologie e persone per migliorare le tue performance: 1% better every day

È questo che Cerved ON_ vuole fare: aiutarti a crescere più velocemente, prendendoti per mano lungo tutto il tuo percorso, mostrandoti cosa conta davvero.

I dati e la capacità di analizzarli, le tecnologie migliori e le piattaforme giuste, le persone e il loro know-how verticale sui diversi settori. E ancora, la volontà di offrirti risultati tangibili e misurabili, per ottimizzare la strategia, in un vero circolo virtuoso.

Se vuoi approfondire i nostri servizi – B2B Marketing, Performance, Marketing Analysis e CX Transformation – consulta il nostro sito  e poi chiamaci, parliamone, soprattutto se pensi di avere in testa obiettivi troppo ambiziosi.

A noi piacciono le sfide.

Potrebbe essere l’inizio di un bel percorso di crescita: 1% better every day. Cercare un piccolo miglioramento ogni giorno, insieme.

CRO: l’arte di trasformare visitatori in clienti

La vita frenetica di tutti i giorni è fatta di piccoli tasselli di tempo, che dedichiamo ad un’infinità di micro-attività diverse. La nostra attenzione, insomma, è molto fluida. Catturarla è la sfida giornaliera di tutti gli addetti ai lavori.

Sai quanto impiega un utente a farsi un’impressione del tuo sito web? 50 millisecondi.

Una frazione di tempo brevissima per capire se vale la pena intraprendere il viaggio. Se convertire la visita in un vero e proprio “acquisto”.

È qui che entra in gioco la Conversion Rate Optimization – meglio conosciuta come CRO – una disciplina giovane ma che ha già impattato sulla presenza di veri colossi digital: Amazon e Booking ti suonano famigliari?

Bene, allora sei nel posto giusto. Perché oggi faremo una breve panoramica proprio su questa attività, capace di migliorare le tue performance in ottica di vendita.

 

Sai quanto impiega un utente a farsi un’impressione del tuo sito web? 50 millisecondi.
Una frazione di tempo brevissima per capire se vale la pena intraprendere il viaggio.

Interessante. Ma di cosa si tratta, in pratica?

La CRO è un’attività fluida e multidisciplinare che fa leva sull’approccio scientifico, analitico e sul testing. Suona bene, ma qual è davvero il suo obiettivo?

Incrementare i profitti generati direttamente dal tuo sito web o dalla tua app.

Come? Attraverso l’ascolto e l’osservazione dei comportamenti degli utenti, attività che permettono di capire dove intervenire per rendere il più efficace possibile il percorso di acquisto. Per trasformare il semplice visitatore in un vero cliente!

Tutto chiaro. Ma chi se ne occupa?

Come abbiamo anticipato, la CRO è un’attività multidisciplinare che coinvolge aspetti diversi, come SEO, copy, capacità analitiche e molto altro.

Trovare una figura che abbia tutte queste attitudini non è semplice: spesso le risorse interne non bastano. A volte hai bisogno di affidarti ad un team di esperti, professionisti capaci di rispondere a tutte le tue esigenze e affiancarti nel miglioramento delle tue performance.

 

Se hai un progetto ambizioso guarda cosa possiamo fare per te. Oppure scrivici!

Dati, AI e machine learning stanno cambiando il mondo (del marketing)

Non importa che tu sia un marketer o che utilizzi il web da “semplice” utente: la realtà è che siamo sommersi di dati.

Non stiamo parlando solo di quelli che troviamo in rete, semplicemente “navigando”. Ma anche dei dati che le macchine utilizzano per restituire risposte alle nostre domande, e di quelli che noi stessi lasciamo – più o meno consapevolmente – per ottenere qualcosa in cambio.

Che sia una risposta, un servizio o dell’intrattenimento. Quello che ci viene restituito è pur sempre un’esperienza.

Intelligenza umana e intelligenza artificiale: esclusive o complementari?

La mente umana sarà sempre superiore a quella robotica? Romanticamente, ci piace pensarlo. Ma il paradosso è che siamo noi a progettare macchine e algoritmi che potrebbero, in futuro, superarci.

Senza dubbio, le nostre possibilità di storage di dati sono superiori anche al più potente hard-disk casalingo. Per darvi un po’ di numeri, si parla di circa 100 Terabyte di connessioni neurali e spazio disponibile, un’unità di memoria notevole se paragonata a quelle dei nostri PC che arrivano nel migliore dei casi a 2 Terabyte.

Tuttavia, non di solo calcolo vive l’uomo: i dati ci insegnano sempre qualcosa ma sta a noi interpretarli. La capacità ermeneutica, infatti, è una prerogativa esclusiva dell’essere umano. Oppure qualcosa sta cambiando?

Di sicuro, il machine learning sta facendo passi da gigante ed è incredibile, oggi, pensare che un “cervello” cibernetico sappia fare non solo operazioni numeriche, ma anche comparazioni di dati e associazioni di concetti impossibili per la nostra mente.

Le macchine ci usano per imparare: un buon esempio è il CAPCTHA, strumento introdotto dal New York Times per far sì che il sistema di lettura e digitalizzazione del quotidiano riuscisse a riconoscere più termini possibili. Tramite il CAPTCHA, solo nel primo anno di uso sono state decifrate 440 milioni di parole che fino a quel momento erano rimaste oscure alla macchina, perché incapace di interpretarle. Il tutto, camuffato da sistema di sicurezza: tutti noi siamo incappati nella classica frase “dimostrami che non sei un robot, interpreta queste parole”!

Senza arrivare a scenari apocalittici in cui Skynet inizia ad asservire l’umanità – e presupponendo che l’AI sarà regolamentata a livello governativo – è bene pensare che intelligenza umana e artificiale siano complementari e possano compensare l’una le falle dell’altra.

Pensate meno ai big data e più a cosa lasciate di voi in Rete

Siamo sinceri: la nostra fiducia negli algoritmi è immensa, superiore a quella che riponiamo nelle capacità umane.

Quante volte, da utente, ti è capitato di digitare su Google domande – spesso quesiti imbarazzanti – che non ti saresti mai sognato di chiedere a nessuno?

Pensiamo che ciò che chiediamo al motore di ricerca resti in via esclusiva tra noi e lui, come in un confessionale. Siamo arrivati al punto in cui l’algoritmo dei social che usiamo quotidianamente ci conosce meglio dei nostri famigliari, dei nostri amici. È stato provato che, ad esempio, Facebook è in grado non solo di comprendere se qualcuno è fidanzato o single, ma anche di percepire molti giorni prima del cambio di status se un individuo ha iniziato una nuova relazione. Forse, prima anche dei nostri cari.

Come ci siamo trovati in questa situazione?

Perché nulla di ciò che “seminiamo” in giro per la Rete o nelle varie applicazioni resta anonimo o va cancellato.

Siamo costantemente tracciati.

Le nostre parole sulle chat non si perdono nell’etere, così come conversazioni pericolose e problemi di sicurezza vengono rilevati dalla Polizia Postale, che può intervenire tempestivamente nella vita reale. Persino i nostri spostamenti tramite Google Maps o altri sistemi di navigazioni restano in memoria, briciole di pane digitali che permettono di ripercorrere i nostri passi.

C’è un vecchio adagio del marketing che dice “Se è gratis, allora il prodotto sei tu”.

Vero, nella misura in cui utilizziamo servizi non a pagamento spesso senza comprendere che ciò che forniamo in cambio di quell’esperienza, è molto prezioso.

I nostri dati, appunto.

 

Come applicare questi concetti al marketing in modo efficace

Come possiamo utilizzare questa consapevolezza e la mole di big data che abbiamo a disposizione nei nostri silos aziendali per rendere più efficaci le nostre strategie di marketing?

Semplice: personalizzando l’esperienza dell’utente.

Avere i dati personali di qualcuno significa non solo conoscere l’età, il livello di studio e altri parametri sociodemografici standard. Andiamo oltre: significa sapere cosa ama, i suoi interessi, che sport pratica, quali Brand compra abitualmente, qual è il suo colore preferito, se è vegetariano o celiaco e molto altro.

Pensa alla quantità di selfie caricati su Instagram: lo studio facciale serve a comprendere molto di una persona – origini, difetti, colore dell’incarnato – che un Brand di beauty potrebbe usare per proporre un make-up ad hoc. La recente “10 years challenge” pare sia stata lanciata proprio per raccogliere dati a livello di fisionomia e cambiamento nel tempo.

Informazioni strutturate, dati deterministici, cioè puntuali, specifici di un soggetto, e non meramente statistici. Questo può essere utile per proporre prodotti personalizzati, per associare articoli alla personalità, per creare un’esperienza su misura per il tuo utente.

Perché non è il prodotto o il servizio ciò che, alla fine, conta davvero.

È l’experience che riesci a offrire al tuo potenziale cliente.