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Dati, AI e machine learning stanno cambiando il mondo (del marketing)

Siamo di fronte a un cambio epocale: AI e machine learning sono destinati a superare l’intelligenza umana che li ha creati? Uno scenario sul futuro, con un focus sul patrimonio più grande che abbiamo, come marketer: i dati.

Non importa che tu sia un marketer o che utilizzi il web da “semplice” utente: la realtà è che siamo sommersi di dati.

Non stiamo parlando solo di quelli che troviamo in rete, semplicemente “navigando”. Ma anche dei dati che le macchine utilizzano per restituire risposte alle nostre domande, e di quelli che noi stessi lasciamo – più o meno consapevolmente – per ottenere qualcosa in cambio.

Che sia una risposta, un servizio o dell’intrattenimento. Quello che ci viene restituito è pur sempre un’esperienza.

Intelligenza umana e intelligenza artificiale: esclusive o complementari?

La mente umana sarà sempre superiore a quella robotica? Romanticamente, ci piace pensarlo. Ma il paradosso è che siamo noi a progettare macchine e algoritmi che potrebbero, in futuro, superarci.

Senza dubbio, le nostre possibilità di storage di dati sono superiori anche al più potente hard-disk casalingo. Per darvi un po’ di numeri, si parla di circa 100 Terabyte di connessioni neurali e spazio disponibile, un’unità di memoria notevole se paragonata a quelle dei nostri PC che arrivano nel migliore dei casi a 2 Terabyte.

Tuttavia, non di solo calcolo vive l’uomo: i dati ci insegnano sempre qualcosa ma sta a noi interpretarli. La capacità ermeneutica, infatti, è una prerogativa esclusiva dell’essere umano. Oppure qualcosa sta cambiando?

Di sicuro, il machine learning sta facendo passi da gigante ed è incredibile, oggi, pensare che un “cervello” cibernetico sappia fare non solo operazioni numeriche, ma anche comparazioni di dati e associazioni di concetti impossibili per la nostra mente.

Le macchine ci usano per imparare: un buon esempio è il CAPCTHA, strumento introdotto dal New York Times per far sì che il sistema di lettura e digitalizzazione del quotidiano riuscisse a riconoscere più termini possibili. Tramite il CAPTCHA, solo nel primo anno di uso sono state decifrate 440 milioni di parole che fino a quel momento erano rimaste oscure alla macchina, perché incapace di interpretarle. Il tutto, camuffato da sistema di sicurezza: tutti noi siamo incappati nella classica frase “dimostrami che non sei un robot, interpreta queste parole”!

Senza arrivare a scenari apocalittici in cui Skynet inizia ad asservire l’umanità – e presupponendo che l’AI sarà regolamentata a livello governativo – è bene pensare che intelligenza umana e artificiale siano complementari e possano compensare l’una le falle dell’altra.

Pensate meno ai big data e più a cosa lasciate di voi in Rete

Siamo sinceri: la nostra fiducia negli algoritmi è immensa, superiore a quella che riponiamo nelle capacità umane.

Quante volte, da utente, ti è capitato di digitare su Google domande – spesso quesiti imbarazzanti – che non ti saresti mai sognato di chiedere a nessuno?

Pensiamo che ciò che chiediamo al motore di ricerca resti in via esclusiva tra noi e lui, come in un confessionale. Siamo arrivati al punto in cui l’algoritmo dei social che usiamo quotidianamente ci conosce meglio dei nostri famigliari, dei nostri amici. È stato provato che, ad esempio, Facebook è in grado non solo di comprendere se qualcuno è fidanzato o single, ma anche di percepire molti giorni prima del cambio di status se un individuo ha iniziato una nuova relazione. Forse, prima anche dei nostri cari.

Come ci siamo trovati in questa situazione?

Perché nulla di ciò che “seminiamo” in giro per la Rete o nelle varie applicazioni resta anonimo o va cancellato.

Siamo costantemente tracciati.

Le nostre parole sulle chat non si perdono nell’etere, così come conversazioni pericolose e problemi di sicurezza vengono rilevati dalla Polizia Postale, che può intervenire tempestivamente nella vita reale. Persino i nostri spostamenti tramite Google Maps o altri sistemi di navigazioni restano in memoria, briciole di pane digitali che permettono di ripercorrere i nostri passi.

C’è un vecchio adagio del marketing che dice “Se è gratis, allora il prodotto sei tu”.

Vero, nella misura in cui utilizziamo servizi non a pagamento spesso senza comprendere che ciò che forniamo in cambio di quell’esperienza, è molto prezioso.

I nostri dati, appunto.

 

Come applicare questi concetti al marketing in modo efficace

Come possiamo utilizzare questa consapevolezza e la mole di big data che abbiamo a disposizione nei nostri silos aziendali per rendere più efficaci le nostre strategie di marketing?

Semplice: personalizzando l’esperienza dell’utente.

Avere i dati personali di qualcuno significa non solo conoscere l’età, il livello di studio e altri parametri sociodemografici standard. Andiamo oltre: significa sapere cosa ama, i suoi interessi, che sport pratica, quali Brand compra abitualmente, qual è il suo colore preferito, se è vegetariano o celiaco e molto altro.

Pensa alla quantità di selfie caricati su Instagram: lo studio facciale serve a comprendere molto di una persona – origini, difetti, colore dell’incarnato – che un Brand di beauty potrebbe usare per proporre un make-up ad hoc. La recente “10 years challenge” pare sia stata lanciata proprio per raccogliere dati a livello di fisionomia e cambiamento nel tempo.

Informazioni strutturate, dati deterministici, cioè puntuali, specifici di un soggetto, e non meramente statistici. Questo può essere utile per proporre prodotti personalizzati, per associare articoli alla personalità, per creare un’esperienza su misura per il tuo utente.

Perché non è il prodotto o il servizio ciò che, alla fine, conta davvero.

È l’experience che riesci a offrire al tuo potenziale cliente.

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